una finestra a parte

martedì 19.11.2013

Questa pagina nasce come proposta di riflessione sui temi tratti dal lavoro che svolgo, come operatore sociale di comunità terapeutica per tossicodipendenti.

Accidenti, che pesantezza, solo il nome mette fastidio! 

Avete ragione, non è così semplice, né allegro, né leggero...ma io lo amo e spesso e volentieri traggo spunti per riflettere anche rispetto al futuro dei miei figli, alla realtà che si trovano (e troveranno) a vivere.

Nel mese di Novembre 2013 ho pubblicato su questo blog un sondaggio per capire il grado e il settore di interesse rispetto al tema tossicodipendenze, in seguito ad alcune richieste di approfondimenti dopo un mio intervento nella classe di mia figlia, in cui gli insegnanti mi hanno invitata a parlare ai ragazzi delle realtà in cui lavoro.
Al quesito pensi ti possa interessare una serie di approfondimenti su alcuni aspetti della tossicodipendenza? , queste le percentuali di risposta:
  • 46% Sì rispetto ai minorenni
  • 46% Ritengo che alcuni esempi mi possano far capire meglio questa realtà
  • 23% Sì, rispetto alle conseguenze sul fisico
  • 15% Sì rispetto alle conseguenze sulle relazioni
  • 15% Sì, non ne so nulla
  • 0% Non mi interessa.
Grazie alle risposte di 13 partecipanti (con possibilità di risposta multipla) e dei numerosi commenti e suggerimenti, ho deciso per questa formulazione: una pagina statica, che periodicamente aggiornerò e che potrà essere arricchita da commenti, richieste, delucidazioni in merito. Mi riservo il diritto di gestire ogni commento in base all'argomento, cancellare e selezionare. 

Tengo a sottolineare che non sono nè medico, nè psicologo, quindi tratterò gli argomenti dal mio punto di vista, in base alla mia preparazione e alla mia esperienza lavorativa.

Nella sidebar di sinistra terrò annotata la data dell'ultimo aggiornamento di questa pagina, così da consentire a chi fosse interessato, di leggere, chiedere, dire la propria!

21 novembre 2013


Eccomi qui, alla prima effettiva scrittura in questa pagina. Ci ho pensato un po'...ho deciso di iniziare con alcuni estratti dall'incontro con i ragazzi di terza media.

Una cosa che non si trova da nessuna parte, che nonostante io abbia navigato in lungo e in largo non ho proprio trovato, è il diretto nesso tra conseguimento della patente e consumo di sostanze stupefacenti. I ragazzi sono rimasti molto impressionati da una semplice domanda che compare sul modulo di iscrizione alla scuola guida (non ho proprio trovato l'originale, ma l'ho letto parecchie volte al momento di iscrivere i ragazzi all'autoscuola).
La domanda incriminata dice più o meno: fa o ha mai fatto uso di sostanze stupefacenti?.

Sembra un banale quesito, ma non è così ovvia la risposta. Ogni tipo di segnalazione, di controllo che sia stato fatto dalle forze dell'ordine, è registrato. Se alla domanda si risponde semplicemente "no", in caso emergano segnalazioni precedenti, si risponde penalmente di una dichiarazione falsa. In caso si risponda "sì", vi si apre la via della Commissione Medica Patenti (che si paga fior di quattrini), in cui verranno richiesti gli esami di sangue, urine e capello, attraverso i quali si rintracciano le sostanze assunte negli ultimi anni, come pure fino a quando se ne è fatto uso.

Non si può nemmeno ignorare il fatto che le tracce di sostanze assunte riguardano sia noi, che le "nubi tossiche" (che respiriamo) degli amici con cui facciamo baldoria...

Ecco, questa notizia ha creato non poco scompiglio nelle teste dei ragazzini, anche perché molte delle sostanze incriminate sono liposolubili, ossia si depositano nelle nostre riserve di grasso e le loro tracce si rilevano anche a distanza di tempo, attraverso l'esame delle urine.

26 novembre 2013

Oggi voglio proporvi un argomento che forse sembrerà marginale, ma assolutamente non lo è, soprattutto per noi genitori. Lo ho ritagliato da un incontro che la nostra equipe tiene con un supervisore, un psicoterapeuta, insegnante, e ancora molto altro, che ci aiuta a sviscerare i problemi, a vedere le situazioni sotto altri punti di vista. Alle volte divaga. Questa è una della sue divagazioni... ma qui ci è utile!!

L'età statisticamente rilevata come quella in cui i ragazzini iniziano a fumare la prima sigaretta (per amicizie, per farsi bulli, per sentirsi grandi, per ribellione...) si è spostata in avanti: fino a pochi anni fa, la media era sui 14 anni (la media, sottolineo!). Oggi è stimata sui 15 anni.

Cosa significa? Nulla di buono, in realtà. Attorno ai 14 anni, il ragazzo prova, sperimenta, si mette in gioco con gli amici. La maggior parte delle volte, dopo la prima (o le prime) stomacate, i gran mal di testa e le nausee, tutto finisce.

I 15 anni hanno un altro significato. Attorno a questa età, infatti, i ragazzi non fanno più semplici prove. Stanno cambiando livello di scuola (dalle medie alle superiori), sperimentano una maggiore autonomia, iniziano realmente a camminare con i propri piedi. Iniziano le ribellioni in famiglia, non come tentativo, ma come scelta di relazione, voglia di indipendenza e di identificarsi in qualcosa di diverso da ciò che vedono.
La separazione dal sè familiare verso uno individuale è sempre maggiore. Il giovane punta a una relazione di condanna, di lotta verso i familiari, se questa relazione familiare si rompe, il rischio di tendenza all'aggressività anche fuori dall'ambito familiare aumenta, gli atteggiamenti di rivalsa e di affermazione nel mondo prendono caratteristiche di violenza e distacco.
La sigaretta, a questo punto, non è più una prova, una sbruffonata. Diventa una ricerca di un rimedio per una vita difficile e stressante, una gratificazione.

Mentre prima si stimava che il 70% dei ragazzi provasse la sigaretta attorno ai 14 anni, oggi le statistiche parlano del 60% attorno ai 15,  però ben il 25% di questi diventa fumatore nella vita.

Ricordiamo che solo lo 0,7% dei tossicodipendenti non è fumatore.

Con queste informazioni non si intende dire che sigaretta=futuro tossicodipendente, ma che le relazioni alla base dello sviluppo della personalità di nostro figlio dipendono molto anche da quanto noi lo guardiamo, lo stiamo ad ascoltare, lo accompagniamo nei passaggi difficili della sua crescita.

8 dicembre 2013

Questa sera voglio proporvi una piccola questione che ha molto colpito l'attenzione dei ragazzini di terza media, anche se non so bene se effettivamente hanno compreso il concetto.

Un paio di giorni fa (quindi ormai a distanza di tempo dal mio intervento in classe) mia figlia, rincasando da scuola, mi ha raccontato: "Ma sai che un mio compagno ha detto: non proverò mai droghe: io non voglio rinunciare a pizza e birra!!".

Che c'entra? Diciamo che quel ragazzino ha preso quello che gli interessa dalle mie parole, ma non ha tutti i torti.

Una persona che fa uso di sostanze attiva una serie di recettori, nel cervello, che reagiscono a tutta una serie di sostanze a cui spesso non si pensa. Come a molti (non tutti!!) sciroppi per la tosse o al Tachidol (giusto per non fare nomi...), per citare i più comuni farmaci.

Ma non solo, anche l'alcool risveglia quegli stessi recettori, che, anche a distanza di tempo dalla disintossicazione, possono innescare uno stato di astinenza, seppure blando, con i sintomi classici di nausea, gambe "che tirano" (nervose, non riescono a stare ferme), nervosismo, irrequietezza.

Il ragazzino ha colto il concetto, quindi: se faccio uso di sostanze, rischio fortemente di cadere nella dipendenza... e in seguito non potrò godermi una serata con gli amici, come tutti gli altri!!!

Colgo l'occasione per sottolineare che in realtà, ci sono molte sostanze legali che contengono ingredienti utilizzati per produrre effetti simili alle droghe e che, se assunti in quantità elevate, ne danno l'effetto reale: la codeina delle gocce per la tosse, ad esempio, o la maggior parte dei farmaci che aiutano a rilassarsi e che a volte non necessitano della prescrizione del medico. Questa parte, ovviamente non gliel'ho raccontata...non vorrei dare spunti troppo interessanti a quelle giovani menti!!

Aggiungo, il giorno dopo, una precisazione che altrimenti può rendere assurda questa tematica.
Ho parlato di recettori che si riattivano a distanza di tempo. Preciso che questa condizione non sarà permanente, con gli anni, la reattività sarà sempre meno viva, fino a scomparire. Inoltre, nella maggior parte dei casi, la riattivazione di tali recettori è forte perché per una persona astinente è difficile regolare autonomamente l'assunzione di alcoolici, quindi si tratta di ben più di una semplice "birretta in compagnia"!!
Condizione, questa, già di per sé rischiosa per l'alterazione del controllo sulle proprie scelte!

23 dicembre 2013

Siamo in periodo festivo, ricco di nostalgie e duri ricordi da superare, da noi, al lavoro.
Per questo vorrei parlare della valenza affettiva del ruolo dell'operatore di comunità, che ripercorre molto da vicino quello che è il ruolo del genitore con un figlio.

L'operatore si trova a costruire dei rapporti affettivi con i residenti in comunità, delle relazioni che dovrebbero essere "di lavoro", ma che, per essere utili alla crescita dei nostri ragazzi, hanno una connotazione diversa, a livello emotivo.

I ragazzi arrivano da noi con una dipendenza dalle sostanze stupefacenti, dall'alcool... e devono riuscire a "smettere di dipendere". Cosa difficile se non impossibile, senza un periodo di appoggio a qualcosa di diverso dalla sostanza per poi giungere alla totale indipendenza, a camminare con le proprie gambe in autonomia. Ricordiamo che la dipendenza dalle sostanze è un modo che una persona trova per automedicare un malessere interiore, una mancanza affettiva, una solitudine profonda. Spesso e volentieri è la conseguenza di rapporti familiari non adeguati alla crescita di un figlio.

La dipendenza che si crea con il tempo, attraverso la conoscenza, la confidenza e la fiducia è voluta dall'operatore stesso. Il ragazzo dipende totalmente (prima per le cose materiali, poi per l'autonomia nei movimenti all'esterno, poi per un sostegno morale) dalla struttura in cui è inserito, dalle persone che vi lavorano.

Proprio come succede a un figlio che quando nasce dipende totalmente dal genitore poi, crescendo, le sue necessità cambiano e la presenza dell'adulto cambia gradualmente.

L'adulto per un bambino (e l'operatore per un residente in comunità) è come un tutore per una piantina che cresce. Inizialmente c'è bisogno di un legame vincolante (il nastrino che lega il fusto al bastone, per capirci), nel caso del figlio è la natura stessa a renderlo disarmato, nel caso della comunità, è la struttura a obbligare tale dipendenza e vincolo.

Con la crescita, il tutore non è più come un bastone a cui il ragazzo è legato, ma piuttosto come una rete per le piante dei cetrioli, presente? La rete è lì, pronta ad accogliere il momento di necessità, con funzione di supporto e appoggio. Ma non è più l'adulto (e l'operatore) a tenere legato il giovane: è quest'ultimo a ricorrere al suo appoggio, al suo aiuto, quando fosse necessario.

Questa costanza, questa sicurezza, questa certezza ai giovani tossicodipendenti è mancata nel periodo dello sviluppo: si sono sentiti abbandonati (anche quando erano invece soffocati, in maniera distorta) dal genitore, quest'ultimo non è stato capace di esserci, di far sentire la propria presenza e spesso il proprio amore.

Molto spesso è difficile far accettare una presenza affettiva importante a un ragazzo che entra in comunità, semplicemente perché lui non crede che sia possibile, non l'ha mai visto, non l'ha mai vissuto.

Per questo, quando mi è capitato di sentirmi rivolgere da genitori di adolescenti o preadolescenti domande come " ma si può prevenire? è possibile fare qualcosa prima?" la mia risposta è sempre : siate presenti con i vostri figli. Non stritolateli, non soffocateli, ma siateci e fate loro sentire che voi siete lì, per loro, sempre e comunque. Trovate delle cose da fare insieme, da condividere, passateci del tempo, dedicate amore e attenzione alle loro esigenze. Non viziateli, ma parlateci, parlate delle vostre emozioni, affinché imparino a riconoscere le proprie e non ne restino sopraffatti nella loro Vita.

chiarac il 24.12.'13 ha detto "Sai che è proprio quello che mi fa paura? Mi chiedo sempre come vivranno i miei figli gli anni dell'adolescenza... sarò capace di "esserci" senza soffocarli? Di fare da sostegno, ma senza fare al posto loro? Uhh, che ansia, sì... mancano ancora parecchi anni, ma secondo me tutto si "semina" quando sono piccoli!
Risposta di Carla S. "Già, vivo gli stessi dubbi, le stesse ansie... ma si può fare solo un passo alla volta, affrontando ciò che viene nel modo più sincero e partecipe per la vita dei nostri cuccioli che crescono... stiamo facendo tutto il possibile, no? ^_^

7 gennaio 2014

Giusto per inaugurare l'anno di questa sezione speciale, vorrei fare un appunto che mi sembra doveroso, viste le stupidaggini che ho sentito in vari programmi radio, dopo la legalizzazione di alcuni tipi di droga all'estero. E poi si dice che l'Italia è arretrata. Io direi per fortuna, a guardare meglio.

Traggo i dati direttamente dalla ricerca che un compagno di classe di mia figlia ha portato per avere una conoscenza di base in materia "stupefacenti".

Ora intendo soffermarmi sulla sottovalutata marijuana.

Innanzitutto ne esistono tantissimi tipi, non tutti contengono i principi attivi psicotropi. Chiaramente qui parlo di quelle varietà che ne contengono.
Secondo voi, sotto quale categoria di sostanza viene catalogata questa pianta? Si parla dei suoi effetti terapeutici, nelle cure del dolore, in diversi impieghi medici... ma a che categoria appartiene?

La marijuana è categorizzata come sostanza di tipo allucinogeno. Non sedativo, o antidepressivo...

Sarò diretta e breve. Tra gli effetti fisici, si menziona: tachicardia, lesioni bronchiali, rallentamento della motilità intestinale, riduzione della fertilità. E poi ancora, a livello psichico: apatia, sindrome amotivazionale, riduzione delle capacità cognitive, disturbi psichici.

Io vorrei che quei simpatici personaggi che sostengono che non ci sono effetti devastanti si facessero un giro in una comunità. Dove un ventenne qualunque ha il suo bel daffare per raggiungere una stiracchiata terza media.

8 febbraio 2014
E' un mesetto che non aggiorno questa pagina, mi dispiace di non averne il tempo, ma non è solo questo.

E' che anche al lavoro stanno avvenendo molti cambiamenti e non è sempre facile trovare le parole per trattare determinati argomenti.

Mi soffermo su una cosa che sta emergendo con prepotenza in questi mesi. E che ha causato un sacco di danni nei ragazzi che ne sono vittima.

Tra i vari fattori che contribuiscono ad aggravare il disagio dell'infanzia e dell'adolescenza di quei ragazzi già predisposti (per carattere, origini familiari, contesto di vita e componente psichiatrica individuale) c'è un fattore tanto grave, quanto difficile da superare: la violenza sessuale.

Una parte (certamente superiore a quella che potreste pensare) dei ragazzi che arrivano in comunità ha subito degli abusi. Da parte di familiari, di amici di famiglia, di conoscenti. Spesso si tratta di persone conosciute dai genitori e per questo è ancora più difficile per il bambino (o l'adolescente) parlarne con la famiglia. Spesso (per non dire sempre) i genitori vengono a conoscenza di questi abusi solo attraverso il percorso che i ragazzi e le famiglie compiono per superare la tossicodipendenza, quando il ragazzo ha oramai dai 20 ai 35 anni... uno shock per un equilibrio già precario.

Le tracce di questi abusi sono indelebili e tanto più difficili da affrontare, quanto più indietro nell'età: la consapevolezza di quanto accaduto mina alle fondamenta la stima di sé e la fiducia negli altri, specialmente nelle persone più grandi. Tutto viene vissuto come un tradimento, le altre persone vengono costantemente messe alla prova per avere continua conferma sulla loro affidabilità, sulla loro credibilità.

Questo, ancora una volta, non vuole essere allarmismo, ma una spinta a tenere gli occhi aperti sulle persone che frequentano i nostri figli, a non dare per scontato che una semplice conoscenza superficiale possa rivelare la vera faccia di chi passa anche delle ore assieme a loro.

Anonimo il 24.02.2014 ha detto: Sono arrivata a questo post per caso, non ho blog e nessun social... Sono educatrice e mi occupo di donne che hanno subito abusi.
Anonimo il 24.02.2014 ha detto: Sull'argomento abuso e tossicodipendenza mi permetto di segnalare il testo "eroina al femminile" di L.Molteni. Sebbene indaghi solo la parte femminile, offre molti punti di riflessione. L'ho scoperto durante un corso di formazione e l'ho trovato
Anonimo il 24.02.2014 ha detto: Davvero illuminate. Grazie di questi post. Anna
Carla S. risponde: grazie di cuore per la tua proposta di lettura, Anna. Andrò a leggere. ps: se non ho capito male, tutti i tre commenti sono tuoi... se è così li riporterò un forma continua, fammi sapere! E ancora grazie.

2 commenti:

  1. Questa pagina è molto interessante. Grazie per questa condivisione!

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    Risposte
    1. certo non è un manuale, ma alcune riflessioni con la mente di mamma su una realtà che non è poi così lontana, purtroppo...

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